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Alberto Giacometti

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10 Ottobre 2004 - 20 Febbraio 2005

Alberto Giacometti

Ente Organizzatore: Museo d’Arte della città di Ravenna, Fondation Maeght, Saint-Paul, Fondazione Mazzotta, Milano

Sede: Museo d’Arte della città di Ravenna – Loggetta Lombardesca

Il Museo d’Arte della città di Ravenna presenta, in collaborazione con la Fondation Maeght di Saint-Paul e la Fondazione Mazzotta di Milano una grande mostra dedicata ad Alberto Giacometti. Il progetto espositivo, ampio e articolato, da conto di Giacometti, assoluto protagonista della scultura contemporanea, ma anche straordinario pittore così come fine disegnatore e incisore di rara sensibilità. Si tratta della più vasta mostra mai realizzata prima in Italia dedicata all’artista svizzero, grazie ai numerosi prestiti eccellenti, a partire dal nucleo centrale delle opere della Fondation Maeght, dalla Kunsthaus di Zurigo e a numerosi lavori provenienti da collezioni private. Le oltre cento opere scelte dai curatori permettono di ricostruire il percorso di Giacometti attraverso sculture, dipinti, disegni fornendo un completo quadro della complessa personalità espressiva di un artista che come pochi altri ha suscitato l’interesse di filosofi e scrittori quali Jean-Paul Sarte, Simone de Beavouir, Samuel Beckett.

La mostra si apre con un dipinto giovanile –- Portrait de jeune fille, 1921 - testimonianza di una fase di apprendistato nella quale si leggono fin da subito, i tratti geniali del suo lavoro. Gli studi all’accademia a Parigi e l’interesse per l’arte africana si leggono nella sua prima scultura monumentale, la Femme cuillère del 1926, ma la Parigi negli anni Venti lo mette in contatto con la cerchia di intellettuali della città che lo porta a conoscere il gruppo surrealista; inizia a lavorare a stretto contatto con André Breton e Salvador Dalì, partecipa alle riunioni e alle attività del gruppo. Opera fondamentale è L’Objet invisibile di questa fase del suo lavoro. La rottura con il movimento surrealista, avvenuta nel 1934, lo porta a ricominciare da zero, annullando ogni esperienza accademica di formazione, per intraprendere con determinazione una strada del tutto personale. Il ritratto è il campo sul quale si misura il conflitto creativo dell’artista, lo stesso che aveva determinato la rottura con il surrealismo. Una dialettica ossessiva tra realtà e rappresentazione che misura la distanza tra la sua interpretazione e quella degli artisti a lui contemporanei. Giacometti ha quella di avere dedicato ogni istante della propria vita alla ricerca: una ricerca che inizia con l’attenzione verso pietre, alberi, immagini di quando era bambino: gli alberi e le pietre vengono trasformati, attraverso la scultura, in uomini e cose, instaurando un legame con la natura che supera i limiti dello spazio e del tempo (La Forêt, 1950; Etudes de pommes, 1956), affidando proprio all’istinto primo del bambino, tipico, quello del creare attraverso un’azione che richiama incessantemente la distruzione, il motore di tutta la sua arte. In circa un decennio di isolamento artistico, che segue la morte del padre e la rottura con i Surrealisti, Giacometti realizza sculture concentrandosi su un’analisi introspettiva che lascia emergere profonde riflessioni sulla morte unita alla continuità della vita, creando figure che nel corso del lavoro si assottigliano fino quasi a scomparire, aiutato dal disegno che lo indirizza verso le esili forme allungate che si concretizzano nel lavoro del Groupe de trois hommes, 1943-49.

Negli olii, cosi come nei disegni, ai quali attribuisce un’importanza fondamentale, dedicandovisi a più riprese in questi anni, ritrae se stesso, il fratello, la moglie, alimentando un processo di costruzione e distruzione, perseguitato da un’ossessione di inadeguatezza continua nella rappresentazione del reale che lo porta a distruggere un numero impressionante di opere. Il ritratto, assillo di Giacometti, (Diego, 1949– Annette, 1956) si traduce in un groviglio di linee curve, cerchi, virgole in cui il contorno del corpo spesso si perde.
E’ negli anni dopo il 1950 che si realizza il periodo più fecondo, in cui le figure si alzano ergendosi filiformi e apparentemente immateriali come la serie delle Femme de Venise realizzata per la Biennale del 1956 o l’Homme qui marche I del 1960, dove trovano compimento le angosce ed i tormenti esistenziali così come la ricerca formale ed estetica.
Nella mostra sono esposte inoltre le litografie del libro Paris sans fin, frutto della collaborazione tra l’artista e l’editore Tériade che, nel 1959, decidono di realizzare un libro su Parigi. Filo conduttore del libro è l’esistenza di Giacometti nella capitale francese; egli sceglie di descrivere i luoghi e le persone a lui più care, componendo una sorta di diario, che, con l’uso della litografia risponde all’esigenza di un “…mezzo per fare in fretta, impossibile tornare sul già fatto, lavorare di gomma, ricominciare tutto di nuovo”, un progetto che, procedendo a fasi alterne, sarà portato a termine solo nel 1969, dopo la sua morte.
Arricchiscono il percorso una cinquantina di suggestivi ritratti fotografici dell’artista scattati da Ernst Scheidegger nel corso della loro lunga amicizia e un’intervista realizzata per la televisione Svizzera nel 1963: Alberto Giacometti > “sono uno scultore mancato”.

La mostra è accompagnata da un catalogo delle Edizioni Mazzotta con ampia documentazione iconografica e i contributi critici di Fred Licht, Casimiro Di Crescenzo,Pietro Bellasi, Marco Vallora, Jean-Louis PrateClaudio Spadoni.


Curatori : Jean-Louis Prat, Claudio Spadoni

Nota biografica
Alberto Giacometti nasce nel 1901 a Borgonovo presso Stampa (Svizzera). Cresciuto in una famiglia di artisti – il padre e il nonno sono entrambi pittori - inizia a dipingere e a cimentarsi con la scultura in età giovanissima. Nel 1919 si iscrive all’Accademia di Belle Arti di Ginevra e nel 1922 si trasferisce a Parigi dove frequenta per cinque anni, a fasi alterne, il corso di scultura di Antoine Bourdelle alla Académie de la Grand Chaumiere. Nel 1927 si trasferisce nello studio di Rue Hippolyte-Maindron. E’ alla fine degli anni Venti che Giacometti esegue le prime opere surrealiste secondo l’idea degli oggetti-scultura a “funzionamento simbolico” (Salvador Dalì) e nel 1932 gli viene dedicata la prima personale presso la Galleria parigina Pierre Colle. Negli anni tra le due guerre, sebbene già famoso a livello internazionale, è costretto a guadagnarsi da vivere realizzando, assieme al fratello Diego, oggetti di arte applicata come mobili e lampade ed è a metà degli anni Trenta che distaccandosi dal surrealismo inizia un percorso di ricerca di una nuova relazione della figura con lo spazio. Nel corso degli anni Quaranta si approfondisce l’amicizia con Jean Paul Sarte e Picasso; lascia Parigi occupata alla volta di Ginevra nel 1942 e rientra nella capitale francese solo nel 1945. La Pierre Matisse Gallery di New York allestisce nel 1948 una sua personale, nel 1950 il Kunstmuseum di Basilea organizza la prima retrospettiva a lui dedicata e la Galerie Maeght presenta nel 1951 la sua prima mostra dopo la Guerra. Da allora si susseguono le mostre a lui dedicate sia in Europa che negli Stati Uniti; la Biennale di Venezia del 1956 lo vede presente nel padiglione francese e, alla sua seconda partecipazione nel 1962, riceve il Gran Premio di Scultura. Già nel 1961 il Carnegie Institute di Pittsburgh gli aveva conferito il Gran Premio di Scultura (1961) e dal Guggenheim di New York ottiene il Premio di Pittura nel 1964. L’università di Berna lo nomina dottore honoris causa nel 1965. Giacometti muore a Chur (Svizzera) all’inizio del 1966.

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