Mar

Menu di navigazione rapida

Altri link

Ricerca

Cambio lingua

Le Arti al tempo dell'esilio

Allegati e links del Contenuto

Contenuto Mostra

24 Aprile 2021 - 04 Luglio 2021

Le Arti al tempo dell'esilio

Dante. Gli occhi e la mente

Ente Organizzatore: Comune di Ravenna - Assessorato alla Cultura, MAR Museo d'Arte della città di Ravenna

Ingresso: € 10 intero; € 8 ridotto e gruppi ; € 5 studenti e insegnanti

Orari:
da martedì alla domenica 10-19
lunedì chiuso

Giorni di Chiusura: Lunedì

Sede: Chiesa di San Romualdo - Ravenna (via Alfredo Baccarini e via Nicolò Rondinelli)

 

Dal 24 aprile al 4 luglio 2021, in San Romualdo a Ravenna, si potrà ammirare la preziosa mostra “Le Arti al tempo dell’esilio”, secondo grande appuntamento del ciclo espositivo “Dante. Gli occhi e la mente”, promosso dal Comune di Ravenna - Assessorato alla Cultura e dal MAR Museo d’Arte della città di Ravenna, a cura di Massimo Medica. A promuovere congiuntamente il ciclo, manifestazione ufficiale del Settimo Centenario della morte di Dante, sono accanto al Comune di Ravenna, i Musei degli Uffizi, per effetto di un accordo pluriennale di collaborazione che idealmente sancisce il gemellaggio tra la città dove il Poeta nacque e quella in cui morì e riposa.

 

 

 

 

Questa, annunciata alla presenza del Presidente della Repubblica, è una mostra di autentici capolavori. Quantitativamente concentrata, essenziale, precisa: la scelta curatoriale è stata quella di riunire solo testimonianze di assoluta eccezione, precisamente aderenti al tema, realmente emblematiche delle tappe dell’esilio dantesco. Proponendo ciò che il Poeta ebbe occasione di ammirare nel suo lungo peregrinare per l’Italia, opere la cui eco influenzò la sua Commedia, straordinario “poema per immagini”.

Ad accogliere questo percorso espositivo d’eccezione è un luogo altrettanto significativo: la Chiesa monastica di San Romualdo, di origine camaldolese, attigua alla Biblioteca Classense, nel cuore storico di Ravenna.

Un percorso assai travagliato che la mostra intende ripercorrere, seguendone le principali tappe fino a giungere all’ultimo approdo a Ravenna, dove, come è noto, il poeta si spense esattamente settecento anni fa.
Roma, Arezzo, Verona, Padova, Bologna, Lucca, Pisa, Ravenna
, costituiscono alcune delle tappe principali del suo esilio, che scandiscono il percorso della mostra nella quale figurano alcuni capolavori assoluti prodotti nell’età di Dante attraverso i quali è possibile ripercorrere le più importanti vicende che caratterizzarono tra il XIII e il XIV secolo l’arte italiana, connotata proprio in questi anni da profonde mutazioni e novità.

E questo a partire dalla stessa Firenze, a cui viene dedicata la sezione iniziale,  dove l’attività dei due  protagonisti, Cimabue e Giotto, menzionati nelle ben note terzine del Purgatorio (canto XI) è attestata da alcune opere capitali ad iniziare dalla Madonna col Bambino di Castelfiorentino di Cimabue  messa a confronto con la Madonna di San Giorgio alla Costa di Giotto e con il più tardo polittico di Badia del Museo degli Uffizi, che lo stesso Dante ebbe sicuramente occasione di ammirare prima della sua condanna al forzato confino.

Di questo fu sicuramente il maggiore responsabile l’odiato Bonifacio VIII, la cui figura viene evocata attraverso la scultura realizzata da Arnolfo di Cambio (in mostra sarà presente il calco), di cui la mostra presenta anche altre opere. Varie suppellettili e preziosi dipinti (i due frammenti di affresco con i santi Pietro e Paolo provenienti dal distrutto ciclo pittorico del portico di San Pietro, Città del Vaticano, Fabbrica di San Pietro in Vaticano) ci introdurranno infatti alla vita della corte pontificia di Roma, città che Dante ebbe occasione di visitare sia nel 1300 e poi nel 1301, prima di ricevere la notizia della sua condanna e del definitivo esilio da Firenze.

Da questo momento ebbe inizio il peregrinare di Dante che lo porterà dapprima nella Forlì degli Ordelaffi e poi a Verona, dove si pose sotto la protezione degli Scaligeri prima nel 1303-1304 e poi nel 1313-1318 nel momento in cui la città stava vivendo un momento di grande sviluppo, anche artistico, promosso soprattutto da Cangrande della Scala, “uno dei più magnifici Signori che dallo Imperatore Federigo Secondo in qua si sapesse in Italia” (Boccaccio).  

Probabilmente in questo stesso giro di anni dovette cadere anche il suo soggiorno a Padova dove giunse intorno al 1304. Quando cioè Giotto, stava ultimando la decorazione della cappella commissionatagli da Enrico Scrovegni, che certamente doveva allora costituire quanto di più innovativo la pittura potesse esprimere, tanto da indurre il poeta ad affermare che “ora ha Giotto il grido”.

 Successivo è il passaggio da Bologna (1304-1306), importante per la sua antica Università che lo stesso Dante dovette forse frequentare in anni antecedenti, (1286 e il 1287). Non è escluso che in quella occasione il poeta avesse potuto ammirato le miniature che arricchivano i preziosi libri giuridici e i codici liturgici, di cui la città deteneva, con Parigi, il primato, tanto da rammentarsene nell’XI canto del Purgatorio, dove viene menzionato appunto il miniatore Oderisi da Gubbio superato dal fantomatico Franco Bolognese.

Dopo i soggiorni nella Marca Trevigiana e poi nella Lunigiana dei Malaspina, Dante si trasferì nel Casentino, poi a Lucca, dove ebbe occasione di vedere le opere eseguite da Nicola Pisano per la cattedrale (presente in mostra il calco della  lunetta con la Deposizione dalla Croce, Pisa Museo Nazionale di San Matteo) e ancora a Forlì nel 1310 dove probabilmente apprese la notizia della discesa in Italia del nuovo Imperatore Arrigo VII, verso il quale si concentrarono le sue speranze e il sogno di una restaurazione imperiale.

A questo momento centrale della vita del poeta viene riservata un’apposita sezione che presenta varie documentazioni legate all’Imperatore, morto prematuramente il 24 agosto del 1313. Alla solenne cerimonia funebre che si tenne nel Duomo di Pisa presenziò probabilmente anche Dante, che ebbe così occasione di ammirare alcuni dei capolavori assoluti realizzati da Nicola e da Giovanni Pisano.

Le testimonianze di Nicola e Giovanni Pisano affiancano in mostra quelle di Arnolfo di Cambio (Galleria Nazionale dell’Umbria) a conferma della preminenza attribuita dal poeta all’arte plastica, come attestano le numerose citazioni contenute nella Commedia.

Una volta lasciata la corte di Cangrande della Scala, Dante giunge a Ravenna intorno al 1319, dove da poco si era insediato al potere Guido Novello da Polenta, in grado di garantire alla città un periodo di relativa pace e stabilità, speso soprattutto a coltivare e a promuovere la cultura di corte, e le imprese artistiche. Risale infatti a questo periodo la presenza in città dei pittori Giovanni e Giuliano da Rimini, chiamato quest’ultimo a decorare la cappella a cornu epistulae della chiesa di San Domenico, seguito anche da Pietro da Rimini, di cui la città conserva ancora oggi varie testimonianze. Pertanto a questi due artisti riminesi (di Giuliano verrà presentato il grande polittico di proprietà della Fondazione  Cassa di Risparmio di Rimini depositato al Museo della Città “Luigi Tonini”) viene riservato ampio spazio nella sezione finale della mostra, intervallata anche da testimonianze legate alla cultura figurativa veneziana, a documentare l’ultima impresa diplomatica svolta, per conto del da Polenta nella città lagunare dal poeta fiorentino che tuttavia gli risultò fatale causandogli la morte che lo colse tra il 13 e il 14 settembre del 1321.

Venne sepolto in una piccola cappella addossata al muro del convento di San Francesco, che anticamente era detta della Madonna per via forse di una antica immagine scolpita con la Madonna in trono col Bambino, che sormontava in origine il modesto sarcofago, che si è voluto identificare con quella oggi conservata al Museo del Louvre, proveniente infatti da Ravenna. Si tratta di un indiscusso capolavoro realizzato in marmo, databile tra la fine del Duecento e gli inizi del Trecento, che ritorna per l’occasione nella città di origine, documentando la sua pertinenza alla tradizione bizantina, rivisitata tuttavia secondo una sensibilità già tutta occidentale e gotica.

 

Approfondisci »